
Sabato 29 settembre
Trascorriamo la mezza mattinata in albergo per farecolazione e preparare i bagagli, perché alle 11,30 ci attende la barca che ci porterà sul Gai Ghat, dove incontreremo il nostro autista che ci accompagnerà in aeroporto.
Mentre la barca scivola sulle acque del Gange, che stiamo per lasciare, capisco perché Benares (mi piace chiamarla con il suo vecchio nome) è considerato il luogo per eccellenza dove la vita e la morte si intrecciano fra loro. E' una città che ti colpisce allo stomaco e ti svuota l'anima, che coinvolge e sconvolge tutti e cinque i sensi. Non riesci a rimanere distaccato da tutto ciò che vive, o per meglio dire sopravvive, davanti ai tuoi occhi, ma al tempo stesso non puoi capire perché non c'è niente da capire, ma soltanto una realtà da accettare per quello che è. L'ultima immagine di Varanasi che mi resta impressa nella mente prima di salire in macchina è quella di un gruppo di mendicanti in cima alla scalinata del ghat, con le mani tese che chiedono l'elemosina Il trasferimento in aeroporto avviene con una certatranquillità.
Superati i controlli di polizia, ancora una volta molto minuziosi, incontriamo una coppia di ragazzi milanesi che avevamo conosciuto a Khajuraho e con i quali cieravamo incrociati più volte fra i vicoli di Varanasi (loro pernottavano in una guest house sopra il ghat delle cerimonie); abbiamo anche l'occasione di scambiare due chiacchiere con una simpatica americana della california, dall'aria vagamente hippy, con la quale ci eravamo già visti all'aeroporto di Khajuraho. Scopriamo che si chiamaGiulia ed anche lei pratica da anni kundalini yoga; è insegnante, avendo seguito un corso a Espanola in New Messico, dove ha sede la 3HO e dove aveva anche conosciuto Yogi Bhajan!! Ha avuto anche modo di trascorrere quattro mesi ad Amristar, il luogo sacro dei Sikh dove si trova il Tempio dì'oro: in confronto, mi sento poco più di un principiante..
Sta partendo per il Nepal e Bhutan, dove prevede di fare un tour in moto di un mese con un suo amico: che bel coraggio! L'aereo è in perfetto orario ed atterriamo a Delhi, dove ci attende un incaricato di Karni per portarci in Hotel; è sempre il Royal Palace, dove eravamo già stati all'arrivo in India e ci fa piacere tornare. Preso possesso della camera (un po' meno accogliente della prima), decidiamo di fare un giro presso un bazar nelle vie adiacenti, prima che faccia troppo tardi (sono le 18,30). Non troviamo cose di particolare interesse ed 27approfitto soltanto per acquistare alcune scatole di incensi. Rientrati in albergo con un tuc-tuc, ceniamo nel ristorante dell'hotel dove i camerieri ci riconoscono subito e addirittura si ricordano di quello che avevamo ordinato la volta precedente; a quel punto, non possiamo che fare il bis, soprattutto dell'immancabile dal makhani!
Poi, subito a nanna, perchè la mattina seguente ci attende di buon'ora il trasferimento in treno ad Haridwar.
Domenica 30 settembre
Sveglia alle 5,30, perché alle 6 ci attende il taxi per il trasferimento alla stazione di New Delhi. Arriviamo al piazzale della stazione che, nonostante l'ora, è una bolgia infernale: una marea di persone che fanno lo slalom in mezzo ai taxi, ai tuc-tuc, ai risciò. Per fortuna, troviamo un ragazzo che ci prende tutte e due le valigie (una sopra la testa e l'altra in mano) e ci accompagna addirittura fin sopra il treno; da soli credo che non avremmo mai neanche trovato il binario. Devo dire, in ogni caso, che l'organizzazione della Popular India Vacations per tutta la durata del tour è stata praticamente perfetta sotto ogni aspetto.
Grazie Karni!!! Finalmente in treno: siamo nel vagone di 1^ classe (che è un po' meno di una nostra seconda), dove durante il viaggio ci portano in continuazione da mangiare e da bere, oltre ai quotidiani che evidentemente non riusciamoa leggere perché in lingua hindu. Devo dire comunque che l'atmosfera è molto tranquilla, l'aria condizionata è meno drammatica di come ci era stato detto e le 4 ore e mezza previste passano senza problemi. Ed eccoci alla stazione di Haridwar: più che una stazione è un vero e proprio bivacco, sembra un grande accampamento dove molti aspettano, dormono e sopravvivono, incuranti della scomodità, della sporcizia, di confort al minimo della sopravvivenza. Ogni tanto entra ed esce una vacca: è sacra e nessuno la caccia via; rumina tra l'immondizia e lebucce di banane e mango poi se ne va, sparisce come è arrivata.Noi siamo li con le nostre valigie ed a fatica riusciamo a farci largo arrivando sul piazzale della stazione dove, come previsto, veniamo avvicinati da vari conduttori di auto e tuc-tuc; decidiamo di affidarci ad un taxi che ci chiede 500 rupie per portarci all'Ashram di Shanti Kunji.
Dopo aver passato il ponte che attraversa il Gange sulla città vecchia, dominato da una enorme statua di Shiva, arriviamo finalmente alla Dev Sanskriti University, dove si svolgerà il Festival Yog and Spirituality. Un ragazzo indiano che troviamo presso 28l'ufficio informazioni si offre molto cortesemente per accompagnarci. Arrivando, incontriamo alcuni allievi della Comunità Yoga Dharma che ci salutano ed abbracciano affettuosamente. Scopriamo però che non verremo ospitati all'interno dell'Ashram ma, come tutti loro, in un albergo adiacente che si rivela essere poco più che una pensione di infima categoria: le stanze sono grandi, ma piuttosto squallide, per non parlare del bagno: sporco, senza la doccia (bisogna lavarsi con un secchio) e frequentato da molesti scarafaggi.
Facciamo buon viso a cattivo gioco e togliamo poco o nulla dalle valige, disponendo sul letto, dove c'è soltanto un materasso con qualche chiazza di sporco, le nostre lenzuola-sacco a pelo. Abbiamo appena il tempo di preparaci per andare con un pullman a visitare l'Ashram di un importante maestro spirituale che si trova a Saharanpur, a circa 70 km. di distanza. Arriviamo, dopo quasi due ore di viaggio, che sono quasi le 6 del pomeriggio e veniamo accolti molto calorosamente dal Maestro Guru Bharat Bhushanji insieme a tutti gli allievi ed i rappresentanti del Bharat Yoga Mokshayatan International Yogashram. Dopo il cerimoniale di rito, assistiamo ad uno spettacolo di danza indiana dove sono inserite particolari posizioni yogiche (asana), da parte delle allieve dell'ashram. Assistiamo e partecipiamo poi con forte suggestione alla Yagya, la cerimonia del fuoco, che segue un preciso rituale basato sulla accensione di un fuoco intorno al quale si forma un ampio cerchio.
Nel corso della cerimonia, officiata dal Guru, vengono utilizzati fiori, olio, incensi offerti in dono al fuoco sacro, visto come un aspetto di Dio. Lo scopo è quello di ricondurre le persone che partecipano alla cerimonia in armonia con il Divino, di ricondurre la persona dalla percezione di semplice essere umano alla consapevolezza della Coscienza Divina - alla conoscenza di se stessi come Atman (Sè Divino). Per raggiungere e stabilirsi nell'Atma bisogna essere disposti a lasciar andare gli attaccamenti agli aspetti dell'ego quali la vanità, la superbia, l'invidia, l'ira, ecc. Lo Yagya è sempre dedicato a una Divinità che viene invocata in modo che ella diventi il fuoco stesso.
Dopodichè tutti i doni verranno offerti al fuoco e quindi alla Divinità. La cerimonia dello Yagya è di fatto l'esternazione di ciò che avviene all'interno dell'essere umano, dove gli aspetti grossolani dell'ego (karma) vengono bruciati nel fuoco della devozione al Divino. Questo aiuta a sacrificare alla volontà divina quegli aspetti di noi stessi che non sono più necessari nella nostra vita. 29Al termine della cerimonia ci viene offerto il prasad, il cibo preparato dalla comunità che ci sta ospitando e che noi alla fine ringraziamo per tutte le attenzioni riservateci. Si è fatta ormai quasi notte e quindi rientriamo adHaridwar dove arriviamo dopo circa due ore di pullman, stanchi ed assonnati.
Il racconto continua...